noi,
a una ringhiera
dal mare
e la sua brillantina
autunnale che oggi
pare uno scherzetto
del sole, come il
mio starnuto
Capita, in giorni così, anche di confondersi.
Ieri mattina, una ragazzina - in visita all'università con la propria classe - preoccupata e accesa, fa alle sue amiche intorno a lei: "Ma ci rendiamo conto di quello che stiamo combinando? ...centrali nucleari, bombe atomiche...! ! !" - - - Poi, ho tirato dritto con il passo verso l'auto, prima di ritrovarmi una multa, ma con lo sguardo mi sono rimpicciolito fino a chissà dove, e quanto, o quando...
Il primo pomeriggio è stato bosco. Di chiacchiere intorno e con un'amica. I colori dei suoi capelli e i mille paesaggi di quel deserto abitato che è la luna Etna. L'autunno rinvenuto, l'estate di San Martino che pare protrarsi sino al guado dell'inverno, inverno che sa farsi ospitale, generoso illusionista. Menomale che c'è
"i pray every single day, for a revolution"
(...)
dittico del
sole,
dell'illu-mìnazione -
e/
dellìl-lusiòne
'
Gionni P. De Grado
dal moto effettivo
di un registro scritto del silenzio
appena appello lavorativo: se il mondo
dell’occupazione remunerata fosse
il mare, allora io potrei essere
annegato da tempo, saprei annegare
senza offesa senza alcuna presa di provvedimenti
o ricerche aperte sommozzatori impiegati dalle
forze d’ordine di competenza (e grandi avvilimenti)
tra i fondali del canale, del mar mediterraneo
angolo tirreno aperto adriatico, sereno avariato:
allora il mio letto ha questo fiume in motto
non tanto del dormire del fare a peso morto
quanto del versare versare a più non posso
raccogliendo, aderendo, scorrendo,
che Eraclito andava dicendo che le acque
nel movimento del divenire hanno intanto e sempre
corrente diversa, acqua nuova, mira sorgiva verso
il mutamento, in dirittura di crescita, piena, di non arrivo
poi speranze
sino al mare, letto intanto lenzuolo aperto fino alla fine,
in mar sfociando di nuovo infinire per poi magari
aderire cadendo
ancora come gigantesca carcassa di balena, tra la flora blu e sotto
la pianta dei piedi di un oceano fra gli altri, immenso motivo, tu.
Immenso morivo disse il baleno finito morbidamente in profondità,
qualcuno parve ringraziare.
(...)
finché si torna
malgrado tutto e la stanza e il posto non possono
essere aggirati ancora. In quel punto
entra il vento
Remo Pagnanelli
Ancora distratti dal mare
Dai fiori dei quasi ricordi
Dalle ombre dei passeri
che avverano forme dei nostri
occhi sui cornicioni
àncora peraltro dei versi
che promessi poeti
- e bocce di vetro -
ancora appesi a un filo di
celluloide
a un fotogramma esile
di adolescenza.
Ripresa un po’ male e di fretta,
come una rincorsa poi
di traverso, corsa di sbieco
senza il tempo di zumare
sul fiato corto
Eravamo
Testardi.
Ma non eravamo
Noi, solo un
Decidere di farlo,
desiderio di un
suggerimento dai poeti.
passeggiare per lunghi periodi
di verde silenzio.
(
Ottobre è ancora;
è una luna rosa,
sonora
)
[Faccio finta di niente]
(ci sono cani investiti
sul ciglio dello scorrimento
veloce)/
mi cadono foglie in testa
foglie..capelli - e poi giù/
(poi i cani di zona
giocano alle iene contro
le auto, ma non sanno che
quel travestimento e che
i ruoli s’invertono sul serio
se non stanno ben attenti;
le macchine, le iene, gli uomini
guidano, tra loro si sbranano
e investono)/
parlano a voce bassa
e con occhi smarriti
sorridono sempre
le ragazze ai loro sogni,
quelle sempre innamorate/
un
rinverdire
inesplicabile
****(tutte)
diverse le foglie
*************
è lì che
c’eravamo
fermati
che abbiamo
lasciato
per qualche istante
tutto il nostro fiato
tutti i nostri fiati
un dì d’istanti
fiorito dentro
ai rampicanti
del cuore
È un po’
colonna sonora
la foglia del mio
passeggiare
un’intonazione
di respiro mentre
mi muovo lontano
dal vicino e
con cane al fianco.
Da terra
il chiaro fiato
del tempo si
vede e mentre
si fa respiro
- inspìro, espìri -
si prende esempio
e mostra in
comune accordo
di giorni,
le vite dei giorni
da terra ricorrono,
boschi come tu
mi ricordi, e lineamenti
trasmessi, girovaghi
poi fermi di nuovo
sui volti fraterni dei boschi
sul viso eterno dei figli,
dei nostri giorni, futuri
che fuggiranno come
per ricopiarsi accaduti
per tutti quei quaderni
e disboscamenti,
tu scrivimi, sempre, da terra
dai boschi trascorsi e quelli
venturi dei lineamenti, tu metti
da parte sempre monumenti
panorami e lenti per liberarti,
avvicinandomi, come a toccare le luci
del viso, dei boschi, del buio dei sèguiti. illuminàti
Sarebbe importante poter sapere che il sonno chiude la porta e gli occhi al
giorno, allora forse non giungerebbe alcuna insonnia, almeno per chi non la
possa scegliere, reggere, decidere talvolta a tavolino alla luce di una lampada
cercando in più una confidenza con l’ora tarda, una mimesi al buio lenta meta-
morfosi alla veglia mentre il riposo affonda il corpo rallenta le viti un poco al-
lineando le tensioni e il sonno non arriva ma galleggia e l’attenzione riveste le
cose ora quasi a galla di prima sommerse tra sguardi e persone, sentieri illumi-
nati a parole che si versano nell’acque accomiatate delle emozioni appartenu-
te fino ad allora a un caotico succedersi di distrazioni non proprio fortuite, ora
occasione di nuoto di rotazione delle corazze e giocate carezze al tempo che
suona e risuona silenzi e silenzio, poi chiudere il quaderno e mettersi in riga al-
l’ascolto delle passeggere tene-brecce senza spavento, ma tendendo cuore ad
orecchi e viceversa, aderendo a uno zero supino che vuol dire cosa, contare le
pecore?, ripartire dal gregge dei pensieri assiepati nell’orda quotidiana, da questa
di certo scartati, per scarso senso della praticità. Ora il risveglio, il quaderno a qua-
dretti del letto e quello a righe del sogno. La pagina bianca del sonno, quella a colori
della veglia e ancora tutti i fascicoli verdi dei respiri, gli eccetera neri, e i cieli, e gli altri…
ci sono certo state
albe di rivoluzioni,
sputi di intenzioni
colori in espansione
banditi,
sotto-esposizioni
(e giorni canditi)
ricordi stupiti di avverate giornate (guardare all'infanzia da questo vetrino)
Quel signore anziano
un poco demoralizzato
è come una ferita
alla mano del mondo.
*
mi basta il precipizio
la cascata il getto
della fontana – l’acqua libera
e potabile,
per dirmi guarito.
*
il semaforo della sera
mi sta sulla testa
sopra il vetro il cielo
tuona
le pozzanghere hanno
domande a schiera con eco
di qui sopra
il semaforo spento non ha
cosa suggerirmi non sa
se dirmi di passare
di arrestare il passo
la pioggia ha fatto il bagno
a molte teste
lo si denota dalle chiome
scivolate dei passanti,
il semaforo spento della sera
sarebbe un eterno arancione
che anche la pioggia prende
in considerazione
non piovendo
non smettendo non facendo
che mentire senza decidere
*
faccio bello l’occhio
di rivederti, aspetto
con suo fratello l’altro
occhio, la boccuccia
resistente che raccoglie
un po’ di vento e il centro
delle nari o campanello
di odori-segnalazioni
di quando stai
per arrivare

(...)
appena vorrà il giorno
mi scrivo in scarabocchio
e tengo il fiato per salvarmi
dietro le rughe d'alba.
(...)
Dorinda Di Prossimo, Ora o dopo appena
#)radiovènto#(